| Troppe facce sui manifesti |
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| Scritto da Mario Rodriguez | |
| sabato 27 febbraio 2010 | |
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Quello che si vive “oltre” la tv e che interagisce con l’immaginario da lei creato. A questo livello i soggetti politici si muovono con maggiore autonomia ma non sapendo bene cosa voler comunicare e come, scelgono foto e messaggi sotto l’influenza di pubblicitari più o meno all’altezza del compito. Ormai i partiti danno poche o nessuna indicazione generale e le varie tessere compongono più un patchwork disordinato che non un mosaico dove sia riconoscibile un brand, un marchio che accomunaAnche i simboli dei partiti sono “liquidi” e mutano in continuazione. Tutto ciò rende evidente la frattura che esiste tra la prassi politica a livello locale e la rappresentazione di sé che i maggiori attori politici danno a livello centrale. Due Italie se non tante Italie e due modi di fare politica: uno legato al territorio, ruspante ma in presa diretta, l’altro con qualche ambizione aulica, ma sempre a rischio di dipendere sempre più dalla tv e di perdere contatto con la società. In mezzo il potere della tv che ha trasformato la competizione politica in una campagna permanente con fortissime connotazioni pop. Se non si troverà la capacità di metabolizzare a livello centrale le spinte che la società sembra imporre a livello locale la frattura potrà degenerare in schizofrenia. Le leggi elettorali e quelli che regolano la competizione devono prendere atto che tre forti spinte agiscono già da tempo nella società e che queste debbono essere governate, cioè riconosciute e in parte accettate coinvogliandole verso esiti positivi per la qualità della democrazia. Anche in Italia, la politica è sempre più centrata sui candidati, gli schieramenti si catalizzano sempre più sui leader, la dimensione personale è sempre più protagonista della competizione. Focalizzazione sui candidati. È tutto un fiorire di volti più o meno sorridenti, con slogan dove il futuro e la storia si sprecano e si logorano. È facile rischiare il ridicolo ma è certo giusto fare sapere che si è candidati e fare associare volto e nome. Tant’altro da fare non c’è in campagne al massimo di 45 giorni. I simboli di partito contano meno dei colori che si scelgono. La fotografia e il fotografo diventano cruciali per raggiungere un livello accettabile di efficacia. Leaderizzazione. Le forze politiche si materializzano nei leader. L’Udc solo nella prima fase ha fatto sparire il volto del suo leader Casini che poi torna a caratterizzare il partito. Bersani e Di Pietro, che pure avevano promesso di seguire un’altra strada, sembrano affidarsi alla propria persona per definire il proprio partito. Persino gli ultimi eredi nostalgici del partito con P maiuscola scrivono Vendola nel simbolo. Berlusconi è assente come volto ma ha imposto il proprio cognome nei simboli dei candidati regionali della Pdl. Anche qui regola ed eccezione: la Lega che costruisce la propria forza più dal rapporto con la dimensione locale che non dalla gestione del potere centrale. Personalizzazione. Formigoni è l’apoteosi della leaderizzazione personalizzata e nei suoi manifesti dice di essere “uno di noi” costruendo la sua immagine come un mosaico di tessere di volti comuni. Ma anche gli altri sono persone e si rivolgono a persone: Penati, Bresso, Rossi, Zaia (che guarda altrove senza far vedere gli occhi), Errani (ripreso dal basso con inquadratura epica e un sorriso disincantato), Bonino, Polverini. D’altronde internet nella sua stagione 2.0 rilancia la “conversazione”, il legame personale. Per questo si evoca la fiducia e si umanizza il messaggio con caratteri scritti a mano. Il Pd impegnato in una campagna corporate, per la “ditta”, rende protagonisti volti di persone qualunque. Ma più che una campagna in cui si associano volti comuni a quello del leader siamo di fronte a due campagne con logiche diverse. Leaderizzazione, personalizzazione, politica centrata sui candidati appaiono tre fenomeni ineludibili, strettamente connessi al cambiamento sociale in atto da qualche decennio. Tre domande forti e costanti, sostenute da ragioni profonde. Ma mentre la cultura “materiale”, i comportamenti quotidiani a livello locale, non possono fare a meno di adattarvisi, i protagonisti “centrali” non vogliono o riescono a darsi comportamenti e regole adeguate. Si predica in un modo e si razzola in un altro. Si impongono regole che stridono con la realtà, fatte per soddisfare le attese di un’opinione pubblica (immaginata, supposta o temuta) ma ben sapendo di non volerle e poterle rispettare. Così un velo di ipocrisia continua a coprire tutta la vicenda dei costi e dei finanziamenti. Senza una proposta organica, di sistema, l’agire politico non acquisirà credibilità e autonomia dagli altri poteri che competono e confliggono nella nostra società. Così sarà la società (civile o incivile) a condizionare la politica e non la politica a governare i processi sociali. Mario Rodriguez
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