|
Quando sento parlare di riunioni sullo “stato del partito” e di una campagna per aprire 500 circoli sui luoghi di lavoro e di studio provo la stessa sensazione di Livia Turco: mi ricorda un tempo lontano, almeno trent’anni fa, ma diversamente dalla Turco, non mi dà nessuna gioia. Anzi, mi preoccupo.
Mi vengono in mente i ragionamenti che già allora si facevano per mettere a fuoco i problemi di un’organizzazione burocratica complessa come era il Pci anche se nessuno accettava questa definizione. Ricordo un piccolo gruppo di lavoro con Aldo Schiavone, Cesare Salvi e il sottoscritto per trovare forme di coordinamento e di “utilità” dei centri studi, il Centro della riforma dello stato, il Gramsci e il Cespe. Ci si poneva il problema di come aprire un partito, fortemente strutturato, alle competenze esterne, non si usavano termini come chiusura o apertura, né autoreferenzialità o think tank. L’America era ancora lontana, ma al Cespe era spesso ospite il Nobel dell’economia Modigliani ed era chiaro che la politica non è la sintesi dei saperi ma una delle competenze necessarie per risolvere problemi attraverso le istituzioni di governo. Già in quegli anni in cui il Pci si misurò più direttamente con il governo emerse che uno dei nodi cruciali di un’organizzazione politica sarebbe stato sempre più il rapporto tra la società civile, gli eletti nelle assemblee rappresentative e gli organismi decisionali. Il partito di massa era una struttura piramidale, gerarchica, aveva come obiettivo l’elaborazione della linea da parte del suo gruppo dirigente e la sua diffusione attraverso l’organizzazione nella società. Il Partito dirigeva le componenti presenti nelle organizzazioni di massa. Finché ci sono state le preferenze plurime, il Pci ha sempre organizzato, e con successo, l’elezione dei candidati. La scelta dei rappresentanti non era lasciata agli elettori ma era effettuata da cittadini che liberamente accettavano (spesso richiedevano) l’indicazione del partito. L’indicazione del partito era la chiave. I candidati degli altri partiti, una volta conquistata la presenza in lista, competevano tra loro con tutti i mezzi disponibili per la preferenza degli elettori. Di qui gioie e dolori del nostro sistema elettorale. Per molti dirigenti comunisti la direzione e il comitato centrale erano più importanti dell’essere parlamentare perché quelli erano i luoghi in cui si contava davvero e si decideva anche chi poteva diventarlo. Spesso, andare in parlamento era una forma di giubilazione se non di pensionamento. In quel contesto la forma dell’organizzazione aveva una forte coerenza con gli obiettivi che perseguiva, con le cose che faceva, con i suoi output. Era coesa perché chi vi aderiva la riteneva giusta o necessaria, certo efficace. Ed essendo l’esperienza più efficace della storia politica italiana è diventata quasi per tutti il paradigma di riferimento, il modello cui ispirarsi. Ma era una cultura indissolubilmente legata al suo tempo. Oggi il contesto è profondamente cambiato e, ovviamente, il Partito democratico – come tutti gli altri partiti politici italiani – deve definire una cultura organizzativa del tutto nuova. Come ha sostenuto Bersani non c’è spazio per la nostalgia. L’obiettivo principale di una libera associazione è dare un senso all’adesione. Parte importante di questo senso, è poter di influire nelle decisioni, per passione, disinteressatamente, ma anche, spesso soprattutto quando le decisioni politiche influiscono sulla vita personale, interessatamente. L’elemento cruciale è quindi chi e come si decide. Da qui dipendono legittimità della leadership, autorevolezza e unicità di indirizzo. Con grande amore per la concretezza, Bersani ha fatto l’esempio di decisioni del tutto ordinarie: la strada, il termovalorizzatore, eccetera. Bene, restiamo a questo livello anche se la selezione dei candidati è forse più importante. Se ci sono opinioni diverse chi decide? Gli eletti o l’organizzazione territoriale corrispondente? Il sindaco o il segretario del circolo? Chi è legittimato a fare la sintesi? Qual è il metodo che garantisce una decisione migliore? Se non si pensa alle articolazioni del partito come ancelle degli eletti (non credo si pensi di ripristinare cinghie di trasmissione) ma come luoghi di consapevole partecipazione, bisognerà entrare nel merito e dire qualcosa di preciso. Non sarà facile perché dietro queste scelte ci sono quei grandi cambiamenti tecnologici e culturali che, aumentandone la complessità, hanno trasformato la nostra società che qualcuno ha definito “liquida”. Furono quei grandi cambiamenti a decretare la crisi definitiva delle tradizionali forme di organizzazione della rappresentanza (tutte) e quindi anche del partito politico di massa. La crisi non fu causata da mancanza di volontà, malevolenza, insufficienza delle persone ma dal cambiamento del contesto e dalla mancanza di chiavi interpretative efficaci. La necessità di trovare forme nuove e contemporanee di organizzazione non nasce con il Pd ma, almeno, all’inizio degli anni 80 quando l’avvento della società post industriale fu accelerato e consolidato dall’avvento della società dell’informazione dominata dalla tv: la cosiddetta “rivoluzione silenziosa”. La caduta del Muro di Berlino e Tangentopoli sono state solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Un po’ di sociologia farebbe bene alla politica e anche al Pd. Una maggior apertura verso le culture nate nell’esperienza organizzativa delle aziende farebbe bene ai tanti politici di formazione letteraria e filosofica. Qualche ragionamento sull’evoluzione delle organizzazioni complesse e sul passaggio da forme piramidali a forme piatte e a rete non farebbe male anche per strutturare le organizzazioni politiche. Uno dei convegni di studio di cui ha bisogno il Pd è quello sui modelli organizzativi. Un convegno aperto ai sociologi dell’organizzazione, ai manager, non solo ai giuristi sempre pronti a cercare la soluzione tecnica a livello di government piuttosto che la soluzione efficace, a livello di governance. Come si articola oggi quella funzione essenziale che svolgono i partiti politici di cerniera tra società civile e istituzioni democratiche? Cosa devono fare i circoli e le federazioni? Non sarà che la “sintesi” diventa difficile perché, nella nostra società “liquida”, l’autorevolezza delle gerarchie è in crisi e la ridefinizione dell’autorità della leadership – se non vuole essere mediatico carismatica – deve comunque passare da forme ampie di negoziazione, partecipazione e coinvolgimento nelle decisioni? Come Bersani nella sua relazione, non uso la parola “primarie”. In quell’esperienza, diventata parte della cultura materiale del Pd, c’è molto da precisare ma anche un indirizzo di fondo da confermare per costruire le risposte di cui il Pd ha bisogno: il baricentro dei processi di legittimazione delle decisioni conviene ed è bene sia sempre più spostato verso la società, oltre i confini del partito. E al partito spetta il grande compito di organizzare questo flusso di legittimazione democratica. È questa la sfida che la modernità pone a chi crede in un agire politico che non considera i cittadini audience, folla o tifoseria. E pensa che i partiti debbano esistere perché accrescono l’efficacia delle istituzioni e la qualità della democrazia e non solo perché se ne parla nella Costituzione |