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Due domande (preliminari) ai candidati PDF Stampa E-mail
Scritto da Mario Rodriguez   
sabato 11 luglio 2009
Sample Image Se si vuole che il paese riconosca il dibattito del Partito democratico come qualcosa che parla di lui – come ha detto Bersani al Lingotto – questa esperienza va vissuta all’insegna dell’apertura, del coinvolgimento il più ampio possibile dei cittadini elettori, senza chiudersi nel ristretto circuito degli iscritti. La scelta di dare voice and choice agli elettori è oggi più che mai necessaria e attuale. È un tratto fondativo del Pd, una delle connotazioni che ha permesso di definirlo “partito nuovo” e non “nuovo partito”. È la scelta che porta il riformismo italiano a vivere esperienze innovative a livello europeo e attraverso le quali dovrà passare anche la destra italiana quando la colla della leadership carismatica non terrà più.
Per salvare questo tratto essenziale della nuova identità che si sta costruendo è indispensabile che tra le scelte programmatiche dei candidati alla segreteria figurino le procedure di selezione dei gruppi dirigenti e dei candidati cioè le cosiddette “primarie”.
E c’è molto da chiarire e precisare senza pregiudizi. Il primo punto è come distinguere leadership e premiership, il secondo è precisare la funzione dei circoli e il rapporto con gli eletti e, infine, di conseguenza, il modello di partito. E sono problemi da affrontare tenendo insieme la cultura giuridico amministrativa e quella manageriale, l’esperienza di chi scrive le regole e quella di chi le applica e agisce.
1. Leadership e premiership
Per fatti contingenti, l’esperienza delle “primarie” fu perseguita sia con Prodi sia con Veltroni più come plebiscito di validazione della candidatura e come contrappeso al populismo mediatico di Berlusconi che come concreta forma di radicamento sociale per filtrare la società, raccoglierne le istanze e arruolare le risorse migliori. In seguito, senza mai dedicare alla loro implementazione le necessarie attenzioni, le “primarie” sono diventate un valore simbolico, un totem, una panacea da un lato e un pericoloso sintomo di nuovismo dall’altro. È importante ricordare che il Pd nacque in un clima di opinione (che perdura e s’è mostrato anche al Lingotto) di forte insofferenza verso la cosiddetta casta, in una fase di crisi generale delle organizzazioni politiche e nella convinzione che le forme sperimentate sino a quel momento non fossero riproponibili.
Per questo, a patto di non voler dichiarare chiusa l’esperienza (facendo felice Giampaolo Pansa) è urgente rilanciare la natura “aperta” del Pd, la scelta di riconoscere che il centro della legittimazione democratica è nell’elettorato e non dentro il recinto degli iscritti.
È urgente dimostrare alla società italiana che è possibile fare vivere una comunità di persone che fa politica “disinteressatamente”, che non trae vantaggi personali da questo impegno (oltre le legittime gratificazioni che derivano dall’impegno stesso), che i tesserati non hanno bisogno di privilegi per soddisfare il proprio senso di appartenenza.
Che il codice etico sottoscritto non è una foglia di fico.
Che gli “iscritti” al Pd (essenziali per far vivere l’organizzazione) non si seccano perché gli elettori che non hanno partecipato ai gazebo contano come loro nella scelta dei dirigenti e dei candidati.
Ma anzi ne sono orgogliosi perché hanno dato vita a un partito – unico, per ora, in Italia – a tutti i livelli contendibile, scalabile, verificabile. Un partito che vive il cambiamento che propone cominciando dal merito.
2. Candidati o organizzatori
Per darle sostanza questa scelta deve diventare efficace. Vanno distinti i meccanismi di elezione dei “manager” dell’organizzazione (che “primarie” non sono) dai meccanismi di selezione dei candidati alle cariche istituzionali monocratiche e non (queste sì, primarie). Per intenderci, il candidato premier va scelto nell’imminenza delle elezioni considerando tutte le complessità legate alle alleanze imposte dall’attuale legge elettorale. Tra un’elezione e l’altra c’è bisogno di un costruttore di organizzazione, un leader, non un premier ombra. E se capitasse di governare, anche in quel caso ci sarebbe bisogno di un coordinatore dell’organizzazione capace di agire in autonomia. Il coordinatore cittadino, provinciale o regionale non necessariamente deve essere il candidato a sindaco o a presidente. Specularmente, i sindaci o i presidenti non possono essere i coordinatori del partito. Il coordinatore cittadino non potrà mai pensare di dire all’amministratore cosa decidere in giunta e l’amministratore non potrà pretendere di “allineare” il partito alle proprie necessità. Vi sarà da un lato una rete strutturata di circoli che assomiglieranno più a associazioni culturali che alle vecchie sezioni dei partiti “piramidali” e dall’altra gruppi consiliari altrettanto strutturati e capaci di iniziativa autonoma sul territorio. Si svilupperà una negoziazione e un confronto tra chi rappresenta la società e chi ne interpreta le esigenze amministrando. Saranno le capacità politiche a trovare le giuste mediazioni e si svilupperà un sano sistema di controlli e bilanciamenti.
Gli eletti saranno consapevoli che la loro elezione dipende dal partito e i circoli che la loro capacità di contribuire a risolvere problemi dipenderà dal loro rapporto con chi amministra.
Non più partito “visione del mondo” che cerca di convincere (propaganda) alla propria idea di società né un partito autoreferenziale preoccupato soprattutto di farsi identificare come riformista.
Ma un’organizzazione ispirata dai valori delle proprie tradizioni riformatrici (cristiana, liberale e socialista) che si predispone ad ascoltare tutta la società, capace di interpretare, elaborare e trasformare in politiche pubbliche (comunicazione) i problemi della società nella quale è immersa. Di cui è parte ma dalla quale non si è separata.
 




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